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martedì 29 maggio 2012

SCHOENBERG
BIBLIOGRAFIA
Arnold Schönberg nasce a Vienna nel 1874. Figlio di un commerciante di origine ebraica, inizia i suoi studi musicali da autodidatta per poi continuare con Alexander von Zemlinsky, fratello della sua futura prima moglie.
La sua prima composizione importante,Verklärte Nacht ("Notte trasfigurata"), poema sinfonico per sestetto di archi, risale al 1899 e prende il titolo da una poesia del simbolista tedesco Richard Dehmel. Tra le prime opere per grande orchestra si ricordano il poema sinfonico Pelleas und Melisande e i Gurrelieder ("Canti del castello di Gurre"), risalenti rispettivamente al 1903 e al 1901/1911.
Schönberg inventa lo Sprechgesang, o canto parlato, nel quale l'esecutore deve sfiorare l'intonazione della nota in una sorta di recitazione allucinata, carica di sbigottimento ed emozione. La tecnica compositiva non è ancora dodecafonica, ma atonale; per questo all'ascoltatore sembra di camminare senza un punto di appoggio. Nel 1901 Schönberg si trasferisce a Berlino dove, per mantenersi, dirige un'orchestrina di musica leggera. Dopo due anni soltanto ritorna a Vienna, dove si dedica principalmente alla composizione e all'insegnamento. Nel 1910 riesce ad avere un posto all'Accademia musicale di Vienna come maestro di composizione e l'anno successivo tiene cicli di conferenze al conservatorio Stern di Berlino.
Nel 1912 collabora, insieme a Vasilij Kandinskij, Franz Marc e Paul Klee, alla pubblicazione dell'almanacco Der Blaue Reiter ("Il Cavaliere azzurro"), per il quale scrive un saggio sul rapporto musica-testo. È di questo periodo la teorizzazione della dodecafonia (principio compositivo fondato sull'eguaglianza di tutti e dodici i suoni della scala tonale).
Tra le principali composizioni,oltre alle prime citate, ricordiamo Erwartung ("Attesa", 1909), Pierrot Lunaire (1912), Moses und Aaron, opera incompiuta ed eseguita postuma nel 1957, A survivor from Warsaw ("Un sopravvissuto di Varsavia") (1947), in cui viene rievocato in maniera commossa e intensa lo sterminio nazista del ghetto di Varsavia.
L'avvento al potere di Adolf Hitler nel 1933 costringe Schönberg, convertitosi al luteranesimo all'età di quattordici anni ma di origini ebraiche, a fuggire in Francia. Sempre nello stesso anno ottiene asilo negli Stati Uniti, dove trascorrerà il resto dei suoi anni. Si reca inizialmente a Boston e a New York, stabilendosi infine in California. Dal 1936 al 1944 insegna alla USC (University of Southern California) di Los Angeles. Nella stessa città muore il 13 luglio del 1951 a causa di un attacco cardiaco (il compositore soffriva di cuore già da 10 anni).









SCHOENBERG

SCHOENBERG E LA DODECAFONIA
La dodecafonia o, come Schönberg amava definirla, "metodo di composizione con dodici note poste in relazione soltanto l'una con l'altra", prevede che tutti e dodici i suoni della scala cromatica appaiano lo stesso numero di volte, affinché nessun suono prevalga sugli altri. Le composizioni non sono pertanto basate sulla tonica e non presentano più la struttura gerarchica tipica del sistema tonale.
Principi fondamentali:
Uso del totale cromatico: la scala diatonica è sostituita da quella cromatica; è quindi previsto l'uso di tutti e dodici suoni disponibili nella divisione dell'ottava secondo il temperamento equabile.
Onde evitare la prevalenza di suono sugli altri, bisogna che nessuno di essi si ripeta prima che tutti gli altri siano comparsi. All'inizio viene quindi stabilita una serie, per fissare l'ordine in cui le note devono succedersi in quella determinata composizione.
Per evitare un'eccessiva uniformità si può ricorrere ad alcuni artifici, come l'utilizzo della versione retrogradata della serie originale, o l'inversione di questa (con tutti gli intervalli disposti per moto contrario), o ancora l'inversione della versione retrogradata. Si ottengono così quattro ordini principali della serie. In più, è possibile trasporre la serie originale e le sue tre "versioni" su tutti i restanti 11 gradi della scala cromatica.
La successione degli accordi costruiti sui gradi IV, V e I di una scala maggiore o minore (formula cadenzale ) fornisce all'ascoltatore il senso della tonalità di un brano. Sostituendo l’accordo di tonica con un altro grado della scala (o, magari, con un accordo di un’altra tonalità ), si ottiene una cadenza evitata. Modulazioni e cadenze evitate sempre più frequenti ed ardite hanno portato storicamente ad un affievolimento del senso tonale. Anche perché se in un brano di cinque minuti la ripetizione del tema iniziale nella stessa tonalità può essere percepito come un “tornare a casa”, in uno molto più lungo non produce lo stesso effetto. Paradossalmente proprio il massimo sviluppo del sistema tonale (fine del diciannovesimo secolo) ha coinciso con l'inizio della sua crisi. Intorno al 1920 Arnold Schönberg creò il sistema dodecafonico, che, se da una parte è figlio della crisi del sistema tonale (da cui quindi, in un certo senso, discende), dall’altra vi si contrappone, avendo come obiettivo quello di dare a tutte le note della scala cromatica la stessa importanza (mentre il sistema tonale è gerarchico, nel senso che ogni nota ha un peso diverso a seconda che sia tonica, dominante, ecc.). Si tenga presente che i termini atonale e dodecafonico non sono sinonimi: il primo indica qualunque musica priva di riferimenti tonali, mentre il secondo si riferisce ad un particolare sistema atonale basato sullo sviluppo di una serie, ossia su una successione di dodici note in cui ogni nota della scala cromatica deve comparire una ed una sola sola volta. Per esempio: do-fa#-do#-re#-re-mi-la#-si-fa-la-sol-sol# . Da questa serie, detta originale ed indicata con O1, possiamo ricavare diverse combinazioni:
serie retrograda (indicata con R1), esponendo le note della serie dall’ultima alla prima (nel nostro esempio, sol#-sol-la-fa-si-la#-mi-re-re#-do#-fa#-do ); serie inversa (I1), trasformando gli intervalli discendenti in ascendenti e viceversa: per esempio, poiché il frammento do-fa#-do#-re# si ottiene scendendo di 6 semitoni (do-fa#), per poi salire di 7 (do#) e ancora di 2 (re#), nella serie inversa dovremo, sempre partendo dal do, salire di 6 semitoni (fa#), per poi scendere di 7 (si) e di 2 (la). La serie completa si trasforma pertanto in do-fa#-si-la-la#-sol#-re-do#-sol-re#-fa-mi ; serie retrograda inversa (RI1), ossia la serie retrograda di quella inversa (basta prendere le note della serie I1 dall’ultima alla prima: mi-fa-re#-sol-do#-re-sol#-la#-la-si-fa#-do ); serie trasposte, ottenute innalzando tutte le note di una serie dello stesso numero di semitoni. Il procedimento è simile a quello utilizzato nel sistema tonale per la modulazione (almeno quando non viene modificato il modo ): la trasposizione lascia inalterati gli intervalli tra le note, esattamente come avviene nel passaggio, per esempio, dalla scala di do maggiore a quella di la maggiore. Ognuna delle quattro serie di partenza (O1, R1, I1, RI1) ne genera dodici trasposte, una per ogni nota della scala cromatica, per un totale di quarantotto. Per esempio, innalzando le note di O1 di un semitono si ottiene O2: do#-sol-re-mi-re#-fa-si-do-fa#-la#-sol#-la
In un brano dodecafonico non può iniziare una nuova serie finché non è terminata la precedente (eccezion fatta, ovviamente, per le serie che compaiono nelle altre voci). Questa regola ha lo scopo di assicurare uguale peso alle note della scala cromatica, mentre l’obbligo di utilizzare solo le serie O1, R1, I1, RI1 e le loro trasposizioni serve per assicurare l’unitarietà della composizione. Tutto questo può sembrare un sistema molto cerebrale, più matematico che musicale, tuttavia il vero problema non è il sistema che un musicista usa (anche il sistema tonale ha le sue regole), ma come se ne serve, cosa comunica per mezzo di esso: come diceva Schönberg, “Un cinese non parla soltanto in cinese ma dice qualcosa. È questo che conta, non la lingua che usa” (dall’intervista alla figlia Nuria sul quotidiano “Il Messaggero” del 12 luglio 2001).
Alcuni artisti del Novecento si sono ispirati alla dodecafonia, omaggiando il grande compositore con la creazione di opere d'arte. Un esempio singolare è rappresentato dal Sipario tagliafuoco del Teatro dell'Opera Carlo Felice di Genova, intitolato "Viva Shönberg" realizzato dallo scultore Nerone Ceccarelli in occasione della ricostruzione dell'edificio ad opera degli architetti Aldo Rossi, Ignazio Gardella e Angelo Sibilla. 

martedì 21 febbraio 2012

Musica POP

Viene abitualmente definita con il termine musica leggera, musica pop, pop music,o semplicemente pop, la musica mainstream contemporanea, destinata ad un pubblico vasto quanto più è possibile. L'espressione definisce un tipo di musica di facile ascolto e poco elaborata, spesso ridotta a semplice intrattenimento e destinata al consumo di massa. In effetti, la musica leggera raggruppa in sé un insieme di tendenze musicali affermatesi a partire dal XX secolo, caratterizzate da un linguaggio relativamente semplice e in alcuni casi schematico. La musica leggera è strettamente inserita nel circuito di diffusione commerciale mondiale con incisioni discografiche, video, festival, concerti-spettacolo, trasmissioni e reti televisive e radiofoniche. Se la semplicità del linguaggio musicale e il disimpegno tematico distinguono la musica leggera dalla cosiddetta "musica colta" e underground, la presenza di una vera e propria industria la differenzia dalla musica popolare.
Può sembrare normale considerare la musica leggera come sinonimo di popular music, anche se oggi si tratta di una similitudine non del tutto propria: date le sue caratteristiche peculiari tutta la musica pop è musica popular, ma non è vero il contrario; esiste, in ogni caso, una grande difficoltà a relazionare tali concetti, soprattutto a causa dei continui fraintendimenti che si vengono a creare nel dire comune.

Musica leggera e pop:

Nello specifico il termine musica leggera nacque in Italia per definire la musica pop italiana. Nella penisola, prima della British invasion dei primi anni sessanta, il termine inglese pop music per definire questo tipo di musica era pressoché sconosciuto ai più, e fu assorbito in seguito alla fama conquistata dai gruppi d'oltremanica. Di fatto oggi viene più facile utilizzare il termine pop per definire la musica commerciale internazionale e allo stesso modo è più facile definire con musica leggera la musica melodica italiana, ma dal punto di vista concettuale e strutturale i due termini coincidono.
In Italia, dagli anni cinquanta, è stata popolarizzata, inizialmente attorno al Festival di San Remo e con un apice nei primi anni '60, un tipo di musica leggera derivante dalla tradizionale melodica italiana, la quale ebbe un grande successo nella penisola a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Il ritorno alla tradizione, e la sua rielaborazione in chiave più moderna (arrangiameti con influenze swing, jazz, e un cantato meno legato alla musica d'opera), è stato incoraggiato dal successo dal primo movimento di crooner americani (per lo più italo-americani) che iniziavano ad affacciarsi anche al fronte europeo. Questa riscoperta, avvenuta anche in reazione alle proibizioni fasciste degli anni trenta e quaranta, avvenne con l'apporto di interpreti e cantautori italiani, alcuni di essi divenuti poi di fama internazionale (Nilla Pizzi, Mina, Gino Paoli, Domenico Modugno, Luigi Tenco ecc...).

martedì 29 novembre 2011

La storia

Il GIRADISCHI può essere chiamato anche GRAMOFONO
LA STORIA
La prima invenzione nota di fonografo fu il fonoautografo, ideato da Leon Scott de Martinville e brevettato il 25 marzo 1857. Era in grado di trascrivere graficamente le onde sonore su un mezzo visibile, ma non c'era modo di riprodurre il suono registrato.

L'apparecchio era costituito da un corno che concentrava il suono su una membrana cui era fissata una setola di maiale. Inizialmente il mezzo di scrittura era un vetro annerito col fumo, su cui la setola incideva il tracciato. Successivamente fu impiegato un foglio di carta annerito fissato su un cilindro, una soluzione simile a quella adottata successivamente da Edison. In un'altra soluzione era utilizzato un rotolo di carta.

L'impiego era limitato come strumento di laboratorio per studi di acustica, con funzione simile al moderno oscilloscopio.

Nel 2008 i ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory sono riusciti a ri-convertire in suoni alcune di queste "registrazioni", usando dei computer in grado di convertire le onde sonore impresse nella carta in suoni veri e propri.

Teoria del fonografo
Lo scienziato francese Charles Cros presentò il 18 aprile 1877 una teoria sul funzionamento di un ipotetico fonografo. Egli non realizzò alcun apparecchio pratico.

Il primo fonografo
Thomas Alva Edison annunciò l'invenzione del fonografo il 21 novembre 1877 e ne diede una dimostrazione pratica il 29 novembre. Il brevetto venne depositato il 19 febbraio 1878

I primi fonografi di Edison usavano come supporto di registrazione un cilindro e sfruttavano un movimento verticale dello stilo. La pressione sonora era tradotta in profondità di incisione del solco. Successivamente si dimostrò possibile registrare su un tracciato a spirale su un disco, ma Edison si concentrò sul cilindro perché questo offriva una velocità tangenziale costante, che Edison riteneva "scientificamente corretta".

Il brevetto di Edison prevedeva che il suono venisse impresso (embossed). Fu solo nel 1889 che la registrazione per incisione (engraved) fu brevettata da Bell e Tainter. Successivamente fu utilizzata la modulazione laterale del solco da parte di Berliner.

Storia del Fonografo


Nasce l'idea
Circa trent'anni dopo l'invenzione del telegrafo, Edison era riuscito nel 1877 a realizzare un ripetitore telegrafico in grado di incidere i punti e le linee del codice morse, su un disco, disegnando una traccia a spirale con una piccola punta, in modo che uno stesso messaggio potesse essere ripetuto più volte senza l'intervento dell'operatore. Il 17 luglio dello stesso anno egli si accorse che se il disco ruotava ad una velocità sufficientemente alta, la puntina emetteva vibrazioni che ricordavano il timbro della voce umana. Fu l'idea che fece accendere nell'inventore il desiderio di applicare un principio simile per poter registrare la voce umana.

In precedenza già Édouard-Léon Scott de Martinville era riuscito a registrare la voce umana su fogli di carta anneriti,fin dal 9 aprile 1860, anche se altre registrazioni dello stesso è probabile risalissero al 1853. Ma si trattava di uno strumento (formato da un corno e uno stilo) in grado solo di registrare ma non di riprodurre: forse ideato con il solo scopo di archiviazione.

Il primo prototipo 
Edison annunciò l'invenzione del fonografo il 21 novembre. Il primo schizzo del Fonografo apparso sui diari di Edison risale al 12 agosto 1877 e il 6 dicembre dello stesso anno ne diede una dimostrazione pratica ai propri collaboratori.

Essi si trovavano di fronte ad un oggetto costituito da un rullo di ottone (cilindro fonografico) di circa 10 cm di diametro e di lunghezza, sostenuto da un asse filettato. Sul cilindro era tracciato un solco a spirale di 2,5 mm di larghezza e la superficie del cilindro era ricoperta da un foglio di stagnola. Durante la registrazione, il cilindro ruotava e la stagnola veniva sfiorata dalla puntina collegata alla membrana vibrante. La puntina, seguendo le oscillazioni della membrana, incideva una traccia profonda nella stagnola che, tesa sopra al solco, poteva cedere sotto la pressione. Per la riproduzione, il processo sarebbe stato inverso, con l'unica differenza che in questo caso veniva utilizzata una seconda membrana, molto più elastica, posta all'altra estremità dell'apparecchio. Il solco nella stagnola con le sue variazioni di profondità, faceva vibrare la membrana restituendo il suono registrato. Il funzionamento era quindi alternativamente di registratore o riproduttore.

Per nulla scoraggiato dallo scetticismo dei collaboratori, Edison iniziò così a girare la manovella che metteva in moto il sistema e parlando in direzione del diaframma pronunciò la seguente frase: "Mary had a little lamb" ("Mary aveva un agnellino"). Una volta riportato il cilindro al punto di partenza, sistemò l'ago sulla seconda membrana nel solco impresso nella stagnola dalla prima, riprese a girare la manovella e il fonografo ripeté un suono vagamente simile alla frase pronunciata poco prima. La qualità era pessima, ma le basi erano state poste.

martedì 25 ottobre 2011

La Musica Indiana

Basata sul sistema melodico dei raga e su quello ritmico dei tala, questa musica risale ai canti vedici dei primi colonizzatori indù, ma raggiunse la sua forma attuale negli ultimi quattro o cinque secoli. Il suo sviluppo millenario è documentato in una serie di trattati teorici, scritti per lo più in sanscrito.
E` caratterizzata da melodie solistiche o all'unisono, molto spesso accompagnate da un bordone, e dai cicli ritmici.
La musica sacra indiana è caratterizzata da una struttura che concilia la meditazione, amplificando l’ascolto di ciò che è al limite tra l’oggettivo e l’immaginario, tra il proprio mondo interno e l’ambiente esterno, per cui si addice ad un utilizzo riflessivo sui rapporti tra mente e corpo.
Per tali ragioni viene utilizzata per la riabilitazione verbale, e sul versante psicologico, quando il flusso delle emozioni appare bloccato.

Tra gli strumenti utilizzati dalla musica indiana occupano un posto di rilievo gli strumenti a corda come la vina e il sitar; tra gli strumenti a percussione, fondamentali per mantenere i cicli dei tala, vi sono il pakhawaj e il tabla.; numerosi anche gli strumenti a fiato (srnga, shahnai, bansri).

In Occidente, il rappresentante più noto della musica indiana è il compositore e sitarista Ravi Shankar.

La musica giapponese

Il termine musica in giapponese è ?? (ongaku), ottenuto combinando l'ideogramma ? (suono) con l'ideogramma ? (musica, comfort). La musica giapponese comprende molti generi diversi e molti sono i cantanti che spaziano dalla musica popolare  alla musica classica europea; infatti per molto tempo i musicisti giapponesi si sono nutriti di elementi prevalentemente germanici; dopo la prima guerra mondiale i favori si sono, invece, rivolti sempre più verso la musica francese e italiana.

Successivamente con l'avvento della globalizzazione anche i giapponesi si sono scoperti anglofili, imitando la musica pop e rock d'oltre oceano e cantando in inglese. Fuori dall'Asia la musica contemporanea giapponese è conosciuta quasi esclusivamente grazie alle colonne sonore e musiche di sottofondo di videogiochi e anime, i cartoni animati giapponesi. Il popolo ama molto la musica e va matto per il karaoke, una forma di spettacolo dilettantistico di canto su di una base musicale, che si svolge nei bar e nelle piccole discoteche.

La musica giapponese è sempre stata collegata a rituali legati alla cultura, alla letteratura ed alla danza del paese infatti ecco perchè sono molto più attenti alle parole che alla musica ed anche gli strumenti musicali, furono sviluppati per imitare la voce umana. La musica per il teatro è un settore molto importante nella tradizione giapponese

lunedì 24 ottobre 2011

Il suono e le origini del Jazz

Il Jazz:
Fin dall'origine il Jazz si è presentato come un modo tutto nuovo per far musica.;
Il tema:
quando la voce lascia spazio agli strumenti si lasciano nei loro assoli  e il tema da motivo portante  del brano diviene spunto e occasine per proporre l'improvisazione dei vari musicisti.nella versione  POP il tema  è l'elemnto centrale attorno al quale ruota tutta l'esecuzione dalla voce del cantante all'arrangiamento
L'improvvisazione 
Per improvisare il proprio assolo bisogna  andare a tempo ,rispettare l'armonia e concordare il momento e la durata del proprio pezzo con gli altri.
Lo Swing
Il Jazz trasmette vitabilità ed energia sopratutto grazie al suo particolare andamento ritmico:lo Swing.
Ques'efetto è determinato dalla tensione che si genera fra la base regolare che scandisce le pulsazioni e la melodia che suona  off beat (FUORI BATTITO)
LE ORIGINI DEL JAZZ
il Jazz nasce dall'incontro -scontro della cultura dei neri nella'America settentrionale discendenti dagli schiavi con quella della maggioranza bianca. 
Una musica  americana qiundi  frutto principalmente dal popolo nero ma in pochi decenni riesce a diffondersi in tutto il mondo.
Alla base di questa musica vi sono principalmente due generi : il BLUES e il RAGTIME.
Il blues rappresenta l'essenza più autentica e vitale della musica nero-americana.
Il RAGTIME invece è sostazinalmente una musica al pianoforte.
NEW ORLEANS STYLES
Ungrande jezzista fu TIMOTHY BROWN  (MEMORY)faceva il berman del BOTTON JAZ CLUB,ad HARLEM,NEW YORK CITY.
Ma all'inizio comincio come lavapiatti ,gli è sempre piaciuta la musica e a BOSTOM ce ne era di ottima e lo entusiasmarono le prime BANDS pperchhè facevano una bellisima musica e anche perchè la suonava li grande LOUIS ARMSTRONG

Le canzonissime

Come nasce una canzone?
Una canzone può nascere dalla necesità di dare una veste musicale a un testo poetico preesistente
Strofa e ritornello:
Il più delle volte di una canzone si organizza in 2 parti :
La strofa,che serve all'autore per raccontare la vicenda;
Il ritornello,dove il testo assume il carattere lirico , dove la musica si fa più appassionante .

Il Gruppo Rock

                                                    
Nel gruppo rock ci deve essere sempre :
La chitarra elettrica:
è nata dalla necesità di ottenere un suomo piu potentedi quello della chitarra acustica.
Il "Protagonista"tecnologico di queste trasformazioni (dai primi modelli fino alla Solid body o a corpo solido cioè senza cassa acusica)è il Pick-up cioè il microfono magnetico che trasforma le vibrazioni;
Il basso elettrico:
si tratta della versione elettrica del basso,generalmente ha 4 corde che vengono pizzicate con  li dita oppure con il pedro.
Il basso elettrico eredita dal contrabasso  le funzioni di accompagnamento ritmico e armonico e radoppia i Riffs cioè quegli spunti melodico-ritmici carateristici del rock;
La batteria:
Essa è generalmente  da:un Tamburo rullante,una grancassa azionata da un pedale ,una coppia di Tamburi intonati diversamente,un paio di Piatti di ottone  sospesi e una coppia si piatti sovrapposti azionati da un secondo pedale.
Oltre  alle tradizionali bacchette  di legno si usano anche battenti con la punta di feltro o le cosidette spazzole.
C'è anche il computer che  non può essere classificato come strumento musicale ma con il sistema M.I.D.I con cui è possibile  comunicare con qualsiasi apparecchio che si usa nel rock. 

sabato 17 settembre 2011

                                                            Musica dll'Egitto




Tra le prime civiltà di cui si hanno testimonianze musicali c'è quella egizia, dove la musica aveva un ruolo molto importante: la leggenda vuole che sia stato il dio Thot a donarla agli uomini.
Tra gli strumenti utilizzati dagli Egizi, si trovano i crotali, il sistro, legato ad Hathor, la tromba, utilizzata in guerra e sacra ad Osiride, i tamburi, il liuto ed il flauto, sacro ad Amon. Altro strumento musicale assai presente e caratteristico della civiltà egizia è l'arpa arcuata, con un'ampia cassa armonica.
Nell'antico Egitto, la musica aveva sia funzioni religiose (veniva infatti utilizzata nelle cerimonie sacre), sia di divertimento e svago.
Strumenti più sofisticati dovettero attendere più a lungo. I primi ad apparire dopo le percussioni furono gli strumenti a fiato (flauto, corno) e a corde (lira e cetra), di cui esistono testimonianze greche, egizie e mesopotamiche anteriori al X secolo a.C. Queste civiltà conoscevano già i principali intervalli fra i suoni (quinte, quarte, ottave), che erano usate come base per alcuni sistemi di scale. Da uno studio di Sachs sull'accordatura delle arpe è emerso che gli Egizi utilizzavano una scala pentafonica discendente e che conoscevano la scala eptafonica.

martedì 1 marzo 2011

La musica

La musica è l'arte e la scienza del suono. Si tratta di arte in quanto complesso di norme pratiche idonee a conseguire determinati gradevoli effetti sonori, che riescono ad esprimere l'interiorità dell'individuo; si tratta di scienza in quanto studio della nascita, dell'evoluzione e dell'analisi dell'intima struttura della musica. Il generare suoni avviene mediante il canto o mediante strumenti che, attraverso i principi dell'acustica, provocano la percezione uditiva e l'esperienza emotiva voluta dall'artista. Il significato del termine musica non è comunque univoco ed è molto dibattuto tra gli   studiosi per via delle diverse accezioni utilizzate nei vari periodi storici. Etimologicamente il termine musica deriva dall'aggettivo greco μουσικός/mousikos, relativo alle Muse, figure della mitologia greca e romana, riferito in modo sottinteso a tecnica, anch'esso derivante dal greco τέχνη/techne. In origine il termine non indicava una particolare arte, bensì tutte le arti delle Muse, e si riferiva a qualcosa di "perfetto".

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